Perché rispondere alle autocritiche con gentilezza?

“La consapevolezza è il viaggio di tutta una vita su un cammino che alla fine non porta da nessuna parte, solo a scoprire chi sei”

Jon Kabat-Zinn, “L’arte di imparare da ogni cosa”

 

Perché spesso un pilota automatico guida le nostre azioni, pensieri ed emozioni? Perdiamo molto tempo della nostra vita proprio a causa dell’assenza di una nostra presenza. Il nostro corpo può essere lì in quel momento, ma se non siamo consapevoli, è come se non ci fossimo, ci fa notare Kabat-Zinn.

Perché la mindfulness ci consente di avere esperienza della propria realtà interna, delle nostre emozioni, sentimenti, sensazioni, dolori, gioie? Prestando più attenzione e più consapevolezza a quello che stiamo facendo scegliamo l’universo in cui vogliamo dimorare,  la vita che vogliamo vivere. Tante volte le nostre scelte avvengono inconsapevolmente e questo ci porta a vivere in una realtà che non abbiano scelto e rischiamo di vivere una vita che è stata guidata dai desideri o voleri altrui, dall’abitudine,  dalle paure (Amadei, 2013; Wallace, 2006). Con la  mindfulness  Neff intende la capacità di sostenere i propri pensieri e sentimenti di dolore senza negarli, né esagerarli, ma mantenendo una situazione di equilibrio. Il polo opposto, definito overidentification, eccessiva identificazione, indica  l’atteggiamento in cui identificandoci con i propri problemi, difetti o inadeguatezze, questi vengono esagerati e ingigantiti.

Perché ognuno di noi dà diversa importanza ad alcuni aspetti della propria vita? La soddisfazione verso la propria vita è un giudizio retrospettivo che avviene attraverso un confronto tra quella che è la propria situazione attuale e come avrebbe dovuto essere, in base a criteri personali.

Perché con il termine auto-accettazione si intende la capacità di raggiungere una valutazione positiva del sé, conoscendo i propri limiti e i propri punti di forza? L’auto-accettazione deriva dal monito greco relativo all’importanza di conoscere sé stessi, ovvero le proprie azioni, motivazioni e sentimenti (Ryff & Singer, 2008).

Perché è così importante il raggiungimento dei propri obiettivi? Perché l’essere umano dovrebbe compiere un processo di crescita caratterizzato dalla auto-realizzazione dei propri talenti e del proprio potenziale? “Conosci te stesso” e “Scegli te stesso”, diventa ciò che sei davvero (Norton, 1976). L’obbiettivo dell’essere umano sarebbe la realizzazione del proprio potenziale, per poter trovare uno scopo di vita e avere la sensazione che la propria vita sia dotata di significato (Ryff & Singer, 2008).

Perché l’autocritica può essere distruttiva? L’autocritica incide sulla salute della nostra mente e del corpo. L’eccessiva autocritica, come un veleno, “può portare a pensieri ruminanti che interferiscono con la nostra produttività e può influire sul nostro corpo stimolando i meccanismi infiammatori che portano a malattie croniche e accelerano l’invecchiamento”, spiega dottor Richard Davidson. L’istinto ci fa considerare le esperienze negative più significative di quanto non lo siano in realtà. Ci siamo evoluti per dare più peso ai nostri difetti, agli errori e alle carenze rispetto ai nostri successi. “Il nostro cervello ci ha dotato di un meccanismo per monitorare la nostra mente e il nostro comportamento, in modo che quando commettiamo errori, possiamo notarli”, spiega Davidson.

Perché prevale il lato dannoso dell’autocritica? L’autocritica eccessiva ci porta a preoccuparci, ci blocca e ci fa sbagliare continuamente.

Perché essere indulgenti e gentili? La spirale di autocritica negativa si può interrompere essendo comprensivi di fronte ai nostri sbagli e fallimenti. Gli errori e le imperfezioni ci fanno umani.

Perché è importante che la propria vita abbia un preciso fine e che la propria esistenza sia dotata di significato? Dobbiamo trovare la nostra passione interna, dobbiamo ritrovarci. Non è necessario avere una giusta causa tutta nostra, possiamo scegliere di unirci a quella di altri. Possiamo dar vita a un movimento, a un pensiero, a un obiettivo, a una causa, a uno scopo o possiamo scegliere di aderirvi e farlo nostro. Non conosciamo la forma che la nostra vita prenderà, ma possiamo darci da fare senza sosta per costruirla come ci pare, apportando miglioramenti lungo il processo. Accettare il nostro essere umani e pensare al nostro obiettivo di essere felici e sereni come alle fondamenta di una casa potrebbe essere un buon punto di partenza, punto di partenza che dà forza e stabilità a tutto ciò che costruiamo sopra. Avere la visione ideale della casa che vogliamo costruire e lavorare tutta la vita per costruirla anche senza vederla ultimata potrebbe essere un buon esito.

Perché riteniamo di essere gli unici al mondo a soffrire? L’auto-compatimento porta ad aumentare il senso di separazione dagli altri e a esagerare in modo egocentrico la misura della nostra sofferenza. L’empatia è l’abilità che consente la comprensione degli stati emotivi, mentali e intenzionali degli altri, permettendo così al sé di entrare in relazione con l’altro e di regolare il proprio comportamento nel mondo sociale (Pantaleo & Canessa, 2011).

Perché non osservare la relazione tra le nostre esperienze e quelle altrui senza farci sentire isolati e scollegati dal resto delle persone? Le persone che si compatiscono vengono spesso assorbite completamente dal loro dramma e non sono in grado di fare un passo indietro rispetto alla loro situazione, così da poterla vedere in modo più obbiettivo ed equilibrato. Chi prova compassione per gli altri, consente di avere uno spazio mentale in cui vedere la propria esperienza di vita in un contesto più ampio. Kristin Neff parte dalla definizione di compassione come l’emozione che proviamo di fronte alla sofferenza altrui.

Perché provare self-compassion significa sentirsi toccati dalla propria sofferenza, ma anche mostrare un atteggiamento di accettazione? Attraverso un atteggiamento non giudicante verso il proprio dolore e le proprie inadeguatezze, viste come parte della vita umana, la self-compassion porta al desiderio di alleviare la propria sofferenza, trattandosi con cura e gentilezza.

Perché provare self-compassion non significherebbe nemmeno essere passivi o eccessivamente indulgenti con se stessi? I propri limiti e difetti vengono riconosciuti, accettati e semplicemente non eccessivamente criticati. Mostrare compassione verso di sé significa quindi avere la sicurezza emotiva indispensabile per vedere se stessi con maggiore chiarezza e meno autocritica (Brown, 1999). Molte volte si tende a essere più duri e critici verso di sé che verso gli altri, mostrando meno disponibilità ad accettare i propri limiti e le proprie inadeguatezze rispetto che quelli delle altre persone attorno a noi.

Perché parlare di common humanity, umanità comune? Il common humanity indica la capacità di percepire le proprie esperienze in una visione più ampia di appartenenza al genere umano, vedendo alcune esperienze, come i fallimenti, i difetti e gli sbagli, come comuni a tutti gli esseri umani (Neff, 2003). Il polo opposto, chiamato isolation, l’isolamento, è un atteggiamento che ci porta a sentirci isolati nella propria sofferenza, come se non potesse essere compresa da nessun altro, come se l’esperienza di un fallimento o di una difficoltà non riguardi altro che noi stessi. Considerare i propri limiti e le proprie inadeguatezze non come un dilemma personale, ma come un tratto comune a tutti gli esseri umani, può diminuire il grado di vergogna o di autocritica che si mette in atto verso di noi.

Perché la self-compassion non è auto-indulgenza? Provare compassione per sé stessi significa ricercare una felicità e un benessere (non a breve termine). Diventiamo duri con noi quando proviamo a mettere in pratica un tale proposito, perché abbiamo paura di non farcela e proviamo vergogna per i nostri fallimenti, ci vergogniamo se non riusciamo ad affrontare le nostre verità.

Il prendersi cura di noi con compassione vuol dire avere una forte motivazione al cambiamento e alla crescita personale.

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